top of page

Perché al mattino hai pazienza e la sera no (e non significa che sei incoerente)

  • Immagine del redattore: Elena Serbin
    Elena Serbin
  • 20 lug
  • Tempo di lettura: 4 min

Se sei arrivata qui cercando "perché urlo sempre con mio figlio" o "come arrabbiarmi di meno", o se ti capita di pensare "sono sempre stanca" e "litigo sempre con lui, e non ne posso più" — fermati un minuto, questo articolo è per te.


Stamattina il piatto mezzo pieno di colazione non ti ha detto niente. L'hai visto, hai sorriso, hai versato quel poco di latte rimasto nel lavandino e sei andata avanti. Stasera lo stesso piatto — la stessa mezza porzione lasciata lì — ti ha fatto urlare, con una voce che quasi non riconoscevi come tua.

Se ti riconosci in questa scena, oggi ti scrivo da formatrice, non da Counsellor: ti racconto quello che ho imparato in anni di lavoro con le mamme che accompagno nel percorso SOS Mamme, e che uso ogni giorno anche io, prima ancora di insegnarlo.


Esiste un modo per arrabbiarsi meno con tuo figlio, ed è efficace davvero. Non è un trucco, è più una ricetta. E come tutte le ricette, ha bisogno di allenamento: le prime volte sbaglierai. Anche le seconde. Probabilmente anche la centesima. Non perché tu sia negata, ma perché i tuoi neuroni non sono ancora abituati a comunicare in questo modo — prima non lo facevano. Vanno allenati, come un muscolo mai usato prima. Dagli il tempo che si merita.


Il problema non sei tu. Il problema non è nemmeno lui.


Se vuoi arrabbiarti di meno, il primo passo è una distinzione che sembra sottile e invece cambia tutto: tu non sei il problema.

Tuo figlio non è il problema. Il problema — quando c'è — è il suo comportamento.

Non "mio figlio è maleducato", ma "ha detto una parolaccia davanti alla nonna".

La differenza non è cosmica. Quando giudichi la persona, non resta niente da fare — solo colpa, tua o sua. Quando descrivi il comportamento, resta qualcosa su cui puoi agire, con lui e con te.

Togli gli occhiali del giudizio. Metti quelli del telefono.

C'è un esercizio che uso spesso, in colloquio e su me stessa. La prossima volta che ti accorgi di aver messo un'etichetta — viziato, maleducata, incapace, agitato — fermati e chiediti: cosa avrebbe registrato una telecamera, in quel momento esatto?


Il telefono non sa cosa significhi "viziato". Non registra le etichette. Registra i fatti: ha corso avanti e indietro tra cucina e salotto. Ha detto una parolaccia. Hai telefonato a un'amica a un'ora in cui dormiva, e non ti ha risposto. Hai detto al tuo capo che oggi non ce la facevi ad andare al lavoro.

Guarda con gli occhi del telefono, non con quelli del giudizio, e qualcosa si sposta. Dal comportamento descritto — non interpretato — nasce la domanda giusta: mi va bene questo? Cosa posso imparare da qui? Come sto, davvero, di fronte a questo comportamento? È accettabile per me, oggi? E se non lo è, cosa posso farci — io, non lui?


Togli l'etichetta e diventi responsabile. È un passaggio piccolo sulla carta, enorme nella pratica: da lì in poi parli a tuo figlio parlando di te, non delle sue colpe — e lo ascolti guardando cosa fa davvero, non chi hai deciso che sia.


Perché al mattino sì e alla sera no?


E qui arriviamo al punto di partenza: perché la mattina hai pazienza per il piatto mezzo vuoto, e la sera no. Non è incoerenza. È una linea, dentro di te, che sale e scende con quanto hai addosso in quel momento — la stanchezza, l'umore, quello che è successo nelle otto ore prima. Non è tuo figlio a essere cambiato tra le otto e le venti. Sei tu. Anzi, lo siete entrambi.

Ecco perché descrivere il comportamento — il suo, ma anche il tuo — è solo metà del lavoro. L'altra metà è imparare a vedere dove, esattamente, si abbassa la tua linea. Cosa ti pesa per davvero? Ti serve un caffè bevuto seduta, cinque minuti di silenzio prima di entrare in casa, un corso di yoga il martedì sera? Prendertene cura non è un capriccio: è quello che ti rende responsabile — ed è l'esempio più onesto che puoi dare a tuo figlio, non perché reciti la calma, ma perché gliela mostri mentre te la costruisci.


L'esercizio per questa settimana: togli "stanca".


Non ti chiedo di essere brava. Ti chiedo di imparare a riconoscere dove sei, in ogni momento della giornata — perché solo da lì puoi scegliere di essere testimone e non giudice, prima di tutto verso te stessa.


Prova a togliere la parola "stanca" dal tuo vocabolario per un giorno. Non perché non lo sei — lo sei, e la tua fatica è legittima. Ma "stanca" è un'etichetta: il telefono non riesce a registrarla. Riesce a registrare altro — hai risposto due volte in modo brusco a una domanda innocua, hai controllato il telefono senza rispondere a chi ti stava parlando, hai alzato la voce per un bicchiere rovesciato che ieri mattina ti avrebbe solo fatto sorridere.


Sono questi fatti, non l'etichetta, la mappa della tua linea di accettazione. È lì che trovi cosa fare — non contro tuo figlio, per te.

Se hai letto fin qui, forse non ti serve solo un articolo. Se vuoi guardare la tua linea di accettazione insieme a qualcuno, il primo passo è un incontro conoscitivo gratuito online del percorso SOS Mamme: parliamo di dove sei adesso, senza impegno.


bottom of page