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C’è una saggezza in noi che non abbiamo imparato

  • Immagine del redattore: Elena Serbin
    Elena Serbin
  • 16 feb
  • Tempo di lettura: 2 min

Da bambina amavo il riso duro, perché riuscivo a sentire ogni chicco in bocca. La mela verde mi faceva venire l’acquolina e strizzare forte gli occhi. Mi piaceva correre in bici molto veloce, con addosso insieme paura e felicità, così sapevo che potevo correre e stare attenta allo stesso tempo.

Facevo le cose perché per me avevano senso.

Ricordo anche un’altra cosa. Quando gli adulti mi dicevano che ero “schiocchina” o “intelligente”, io non capivo. Per me le cose che facevo erano sempre le stesse. Era il loro sguardo a cambiare, non il mio sentire. E già allora nasceva una confusione sottile: com’era possibile che qualcosa che per me aveva un significato profondo venisse valutato ogni volta in modo diverso?


Oggi so dare un nome a quella confusione. È il momento in cui iniziamo a perdere contatto con la nostra saggezza interiore.

I bambini stanno bene. Sono profondamente connessi al corpo, alle sensazioni, al piacere, al rischio, al limite. Possiedono una bussola naturale che li orienta nella crescita, nell’apprendimento, nella relazione. Non perché sappiano tutto, ma perché si ascoltano.


Poi cresciamo. E impariamo a cercare il senso fuori: negli altri, nei giudizi, nelle regole, nell’autorità esterna. A poco a poco smettiamo di fidarci di quella voce interna che ci accompagnava da sempre.

Io questa voce l’ho riscoperta da poco. E lo dico con meraviglia e gratitudine. Perché no, non è mai troppo tardi. E sì, quando succede, ti accorgi che molto del tuo malessere non nasceva da qualcosa di sbagliato in te, ma dal fatto che non ti stavi più ascoltando davvero.


Faccio Counselling per questo. Perché credo profondamente nella saggezza organismica della Persona, in quella verità autentica che ciascuno percepisce quando compie una scelta, fa un gesto, prende una direzione. Nel Counselling Centrato sulla Persona non si insegna cosa fare: si crea uno spazio di ascolto, accettazione e presenza, dove quella saggezza può riemergere.

E c’è un altro motivo, ancora più profondo. Desidero accompagnare gli adulti a riconnettersi con questa parte saggia, perché un adulto che ascolta se stesso è un adulto che può custodire la saggezza dei propri figli. I bambini la possiedono naturalmente, ma hanno bisogno di adulti che la riconoscano, invece di soffocarla senza volerlo.


Nel mio lavoro non cerco risultati veloci. Cerco senso. Relazione. Centratura. Un luogo sicuro dove sostare, prima di giudicare, diagnosticare o correggere. Un luogo dove le persone possano tornare a dire: c’è questo in me.

Forse è questo, per me, il counselling oggi. Un ritorno all’essenziale. Alla Persona. Alla comunità. Alla saggezza che avevamo da bambini e che possiamo ancora ritrovare.


Elena

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