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Semplicità e umanità: La risposta che non mi aspettavo

  • Immagine del redattore: Elena Serbin
    Elena Serbin
  • 8 ago
  • Tempo di lettura: 4 min

Di una risposta che non mi aspettavo, di due sedie e di quello che si riesce a raccontare solo a certe persone.

Qualche settimana fa ho fatto una domanda a una persona che aveva partecipato ad alcuni miei incontri.

Le ho chiesto: secondo te, cosa caratterizza il mio modo di lavorare?

Un po' me l'aspettavo, la risposta. Il metodo, gli strumenti, l'ascolto, la comunicazione efficace. Qualcosa di tecnico, insomma. Qualcosa che avesse a che fare con tutto quello che ho studiato.

Mi ha risposto:

«Semplicità e umanità.»

E poi ha aggiunto una cosa che mi è rimasta addosso forse ancora più della risposta: quando incontra professionisti molto impostati si sente a disagio. Con me, ha detto, aveva sentito fiducia.

Non te lo racconto per dirti quanto sono brava — con la parola brava ho già i miei conti aperti.

Te lo racconto perché sono rimasta qualche giorno con quelle due parole in testa.

Mi hanno fatto pensare al modo in cui intendo il Counselling: una relazione professionale, sì, ma prima di tutto una relazione tra due persone.

E a un certo punto ne è uscita una domanda scomoda, che riguarda me ma forse non solo me: a cosa serve tutta la competenza che ho costruito in questi anni, se il modo in cui la porto crea una distanza tale che tu non riesci più a raccontarmi quello per cui sei venuta?


La versione presentabile

Facciamo che ieri sera hai urlato a tuo figlio.

Lo sai già che non avresti voluto. Forse lo sapevi perfino mentre lo facevi.

Stamattina ti è rimasta addosso quella cosa lì: la vergogna, il «non mi riconosco».

E decidi di andarne a parlare con qualcuno.

Entri e davanti trovi una persona impeccabile. Le parole giuste, mai un'esitazione, la postura di chi sa come si fa.

Non te lo dice nessuno, eppure il messaggio può arrivare lo stesso:

io so come si dovrebbe fare.

E allora mi chiedo: gliela racconti davvero, la scena di ieri sera?

Quella vera. Con le parole che hai detto. Con quella voce che quasi non riconoscevi come tua.

Oppure racconti la versione presentabile?

Quella che regge un po' meglio. Che si giustifica un po'. Che fa una figura migliore.

Io credo che potrei raccontare la versione presentabile.

E chi mi sta ascoltando avrebbe perso proprio la cosa per cui ero lì.

Non per cattiveria. E nemmeno necessariamente per incompetenza.

Per distanza.

Non sto dicendo che studiare non serve.

Sono Counsellor centrata sulla Persona e Gordon Trainer.

Studio, mi formo, continuo a farlo e considero la preparazione indispensabile.

Lavoro con le relazioni delle persone, mica posso improvvisare.

Non credo che “basti essere umani”. E non credo neppure che essere formali significhi essere freddi o che usare un termine tecnico sia un problema.

La domanda per me è un'altra: cosa ne faccio della mia competenza quando sei seduta davanti a me?

La uso per comprendere meglio quello che sta accadendo tra noi e creare le condizioni perché tu possa raccontarti?

Oppure, magari senza accorgermene, la uso anche per farti sentire quanto ne so?

Essere semplice non significa sapere meno.

Essere umana non significa essere poco professionale.

E forse una competenza profonda si vede anche da questo: da quanto poco ha bisogno di mettersi in mostra.


Due sedie, non una cattedra

Due sedie una di fronte all'altra, simbolo della relazione di counselling

Se dovessi trovare un'immagine per il Counselling in cui credo, sceglierei questa:

due sedie, non una cattedra.

Su una sedia ci sono io, con la mia formazione, la mia esperienza e gli strumenti che conosco.

Sull'altra ci sei tu, con qualcosa che io non conoscerò mai meglio di te: la tua esperienza.

La tua storia. Quello che senti. La relazione con tuo figlio.

I ruoli non sono uguali, sarebbe falso dirlo.

Ma siamo due Persone.

Nell'Approccio Centrato sulla Persona di Carl Rogers ci sono parole precise per parlare della relazione: congruenza, comprensione empatica, considerazione positiva incondizionata.

A me interessa soprattutto cosa succede quando quelle parole smettono di essere teoria.

Quando davanti a te non trovi qualcuno che interpreta un ruolo impeccabile, ma una persona autenticamente presente.

Qualcuno che cerca di comprendere il tuo mondo così come lo vivi tu, senza avere bisogno di promuoverti o bocciarti.

Perché anche essere promossi, alla fine, significa essere stati messi sotto esame.

Non sono io quella che sa cosa devi fare.


E poi c'è il pezzo per me più importante.

Se vieni da me perché io ti dica cosa devi fare, rischiamo di avere un problema.

Non perché non mi importi.

Ma perché potrei diventare semplicemente l'ennesima voce che ti spiega come dovresti fare il genitore.

E di quelle voci, probabilmente, ne hai già abbastanza.

Il mio lavoro non è diventare la tua nuova autorità esterna.

È creare le condizioni perché tu possa ascoltarti, riconoscere quello che stai vivendo, prendertene la responsabilità e ritrovare la tua autorità.

Quella interna.

Questo non significa che io non porti niente nella relazione. Porto competenze, domande, ascolto e, quando servono, anche strumenti concreti di comunicazione efficace.

Ma se tutto quello che so finisce per occupare lo spazio nel quale avresti potuto incontrare qualcosa di tuo, allora non mi sta servendo molto.

Se invece contribuisce a restituirti quello spazio, allora sì.


Una domanda che tengo aperta.

Non ho una risposta chiusa su tutto questo.

Mi accorgo anch'io dei momenti in cui mi irrigidisco. Di quando scelgo la parola più tecnica invece di quella più semplice. Di quando rischio di rispondere dal ruolo invece di rimanere davvero nella relazione.

Succede.

Poi torno lì.

A quelle due parole che una persona mi ha restituito quasi senza sapere cosa avrebbero mosso: semplicità e umanità.

E alla domanda che mi hanno lasciato:

quello che so ti sta aiutando ad avvicinarti, o ti sta tenendo a distanza?

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