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Grazie, figlio, che mi porti dove posso incontrarmi

  • Immagine del redattore: Elena Serbin
    Elena Serbin
  • 3 ago
  • Tempo di lettura: 4 min

Del giudice interiore, di un no al supermercato e di come la relazione con i nostri figli ci fa incontrare noi stessi.


C’è un luogo magnifico che tuo figlio ti fa incontrare. Attenzione: non è il supermercato. Il supermercato è solo il palcoscenico. Il luogo magnifico è quello che si apre dentro di te mentre la scena accade — il posto dove, se vuoi, puoi incontrare te stessa. Tu sei lì, gli dici “no, questo giocattolo non te lo prendo” e inizia la tragedia. Quel no a tuo figlio non piace, lui inizia a comportarsi in un certo modo — urla, si agita, magari ti tira anche un pugno. E tu, in mezzo alla corsia, non sei più da sola: sei insieme alla signora che sta scegliendo la verdura, al signore che ti cammina accanto con il carrello pieno, al commesso che sistema i prodotti. E lo sai già, cosa stanno pensando: “Che madre. Non è capace di dirgli di no. Ecco i genitori che non hanno polso, che crescono figli incapaci di gestire la frustrazione…” Una voce che, in pochi secondi, definisce tutta te stessa. Eppure, fermiamoci un attimo: quella voce tu non la conosci davvero. Come fai a sapere cosa pensano gli altri? Magari la signora della verdura sta ripensando alle sue, di scene al supermercato. Magari il commesso non ti ha nemmeno vista.



Il giudice più vero è quello che hai dentro


La verità è che il giudice più vero non è in fondo alla corsia. È dentro di te. Il supermercato non crea quella voce: la fa solo risuonare. Ed è questo giudice che non ti fa stare nella relazione del momento, che è quella con tuo figlio. Come fai a essere con lui, se in quel momento non riesci a stare con te stessa? Anzi: con te stessa ci sei, eccome. Ma la stai allontanando, quella te. Sei impegnata a difenderti da un tribunale che hai dentro, e intanto tuo figlio è lì, da solo con la sua tempesta.


Perché “fregarsene” non funziona


Noi siamo abituate a pensare che al giudizio non bisogna dare ascolto. Ce lo ripetiamo di continuo: “Non pensare a quello che dicono gli altri, che te ne frega.” Ma diciamo la verità: siamo spesso molto influenzati. E allora la mia è una proposta proprio di relazione: invece di cacciare quella voce, dirle “bene, io ti do valore”. E poi chiederle: perché ti do valore? Cosa dici di me? Di che bisogno parli? Perché il cambiamento non arriva dal “non devi seguire quella voce”. Arriva dall’accettare che in questo momento esatto della tua vita quella voce ti tocca. Non perché sei fragile. Non perché sei una cattiva madre. Ma perché c’è una parte di te che ha un bisogno enorme di sentirsi una madre abbastanza buona. Ed è lì, nell’incontro, nella relazione, nella compassione che dai a te stessa, che qualcosa inizia a cambiare. Nulla è più potente di te che riesci ad accettare il tuo limite adesso, in questo momento.


L’ospite non invitato.


Dirsi “ok, ti vedo, giudice interiore” è come quando qualcuno entra in casa tua senza che tu l’abbia invitato. Ormai è qua: cosa fai? Se lo mandi via, tornerà. Probabilmente a rompere le scatole più forte di prima, perché è un po’ come mandare via qualcosa che è già arrivato. Se invece ce l’hai lì, puoi accoglierlo. Guardarlo. Vederlo che è lì. E chiedergli: cosa mi stai dicendo? Cosa vuoi portarmi? Perché è una cosa curiosa: quando una parte di noi smette di essere combattuta, inizia, piano piano, a perdere il bisogno di urlare.


Grazie, figlio


E qui arriva la cosa che secondo me è la più importante di tutte. In quel posto — quel luogo dove c’è anche il giudice — tu non ci sei arrivata da sola. Ti ci ha portata tuo figlio. È come se lui, con quella tragedia in mezzo alla corsia, ti stesse dicendo: “Incontra questo giudice.” Lui lo fa davvero, questo. Solo che noi quell’incontro lo saltiamo, perché diciamo “vabbè, me ne devo fregare di quello che pensano gli altri” — e così non incontriamo niente e nessuno, tantomeno noi stesse. Invece è una grandissima opportunità. Ed è un modo per non mancare a se stessi. Perché se noi genitori vogliamo essere presenti per i nostri figli, come facciamo se non siamo presenti a noi stessi? Se manchiamo a noi stessi? La relazione genitoriale fa un po’ questo: ti fa incontrare te stesso. Nei luoghi più impensati, negli orari peggiori, quasi sempre senza preavviso. Ed è incredibile quanto, per questo, dobbiamo ringraziare i nostri figli.


Non sei una mamma da aggiustare


E allora ti lascio qualche domanda, non per trovare la risposta giusta — non siamo a scuola, tranquilla — solo per ascoltarti un po’. Quando quella voce ti parla, di che bisogno parla? Se una tua amica ti raccontasse esattamente questa scena al supermercato, le parleresti come parli a te? E la prossima volta che tuo figlio ti porta in quel luogo, riesci a vederci — oltre alla fatica — anche l’occasione di incontrarti? Io non credo che tu sia una mamma da aggiustare. Credo che a volte serva uno spazio in cui fermarsi abbastanza da potersi guardare con più verità e meno giudizio. Perché tante delle risposte che cerchi sono già dentro di te — a volte solo un po’ coperte dalla fatica, dal rumore, dal giudizio. E non siamo fatte per fare tutto da sole: siamo esseri profondamente relazionali, e a volte qualcosa che da sole sentiamo confuso, in relazione diventa più chiaro.

Se leggendo ti sei riconosciuta, e senti che questo è un pezzo che vuoi guardare più da vicino, puoi farlo accompagnata: nei percorsi di parent counselling individuale, uno spazio in cui nessuno ti corregge, nessuno ti sistema.

Ti ascolta.

Buona vita.

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