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La vita è mia

  • Immagine del redattore: Elena Serbin
    Elena Serbin
  • 26 giu
  • Tempo di lettura: 2 min

Ciò che gli adolescenti stanno chiedendo ai loro genitori

Ieri sera sono tornata a casa con una frase che continuava a risuonarmi dentro.

L’ha detta una ragazza di sedici anni, durante un workshop con alcune adolescenti.

Una frase semplice, detta quasi di passaggio, eppure cosi capace di aprire uno spazio enorme dentro di me.

Lei. Tutta tutta energia. Occhi color nocciola, capelli rossi intrecciati, pelle chiara. Si muove, si agita un po’. Dentro di lei la vita è evidente, quasi incontenibile. C’è un po’ di imbarazzo per quello che stiamo facendo, curiosità, e anche quella leggera noia tipica di chi pensa: “Ma perché lo devo fare?”

Tra un “mo che faccio?” e “ vediamo cosa accade” devo restare li, con l’impegno di farlo nei modi a me più possibili, più umani. Resto lì, senza forzare, senza chiederle di essere diversa. Faccio sentire che così com’è va bene. Vediamo cosa emerge.

A un certo punto dice:

«Perché i miei genitori mi devono dire come vivere? Non capisco. E vestiti cosi e non frequentare quella gente li, e studia di più, come se la mia vita fosse vissuta da loro.

La scuola la sto facendo io, non loro. La vita è mia. Non capisco proprio»

Non c’era rabbia in quelle parole. C’era una domanda vera. Una richiesta di senso.

In quel momento ho sentito muoversi qualcosa dentro di me.

Come genitore, prima di tutto. Perché conosco bene quel territorio fragile in cui ci muoviamo quando cresciamo dei figli: la responsabilità, la paura di sbagliare, il desiderio di proteggerli, e insieme quello – spesso non detto – di vederli diventare “qualcosa”.

Eppure arriva sempre quel punto. Il momento in cui bisogna fare spazio.

Perché dare la vita non significa possederla. Significa, a un certo punto, lasciarla andare.

E poi si è attivata anche la parte di me che lavora nella relazione di aiuto. Perché quello che stavo ascoltando non era una richiesta di assenza di limiti. Era una richiesta di fiducia.

Guardami per quella che sono. Riconosci che sto provando a capire chi sono. Lasciami fare esperienza.

Mi è venuta in mente l’immagine di certi alberi che, quando li pianti, già intuisci come cresceranno. Non perché sai esattamente la forma che prenderanno, ma perché la direzione è lì, evidente. La forza vitale è già tutta presente.

Gli adolescenti sono così. Portano dentro una spinta enorme verso la vita, ma hanno bisogno di adulti che sappiano stare accanto senza schiacciare, che sappiano contenere senza giudicare, che sappiano trasmettere valori senza confonderli con le proprie aspettative.

Forse quello che ci stanno chiedendo non è meno presenza, ma una presenza diversa.

Una presenza che sappia dire: ti vedo, mi preoccupo, ci sono, senza aggiungere subito: ti correggo, ti giudico, ti dico chi devi essere.

Ieri sera quella ragazza mi ha ricordato questo. Che crescere è un atto coraggioso. E che accompagnare qualcuno mentre cresce richiede ancora più coraggio.

A volte, il gesto più educativo che possiamo fare è proprio questo: restare, guardare, fidarci. E lasciare che la vita faccia il suo corso.


Elena


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