Il mio errore in aula: quando l'apprendimento esperienziale diventa reale
Ho sbagliato il titolo della prima slide.
Me l'ha fatto notare una persona del gruppo nei primi dieci minuti.
E mi sono vergognata.
Non tantissimo. Non in modo drammatico. Ma abbastanza da sentirlo.
Quella cosa mi ha toccata. E a un certo punto mi sono chiesta: che senso ha fare finta che non sia successa? Ti racconto...

Ero lì perché mi era stato chiesto di entrare in aula con un gruppo di persone che, per lavoro, fanno una cosa precisa: aiutano gli altri.
Ascoltano problemi, cercano soluzioni, mettono sul tavolo possibilità, provano a orientare, a sostenere, a tenere insieme cose che spesso sono complicate.
La richiesta, più o meno, era questa:
"Dacci qualche strumento."
Ma sotto c'era anche altro.
Siamo stanchi. Siamo sotto pressione. Facciamo fatica a parlarci tra noi. Ci portiamo a casa i problemi degli altri. Siamo oberati. Come facciamo a stare un po' meglio?
Insomma, un obiettivo abbastanza importante per le ore che avevo a disposizione.
E la domanda per me è diventata: che cosa posso fare davvero?
Che cosa è nel mio potere, e che cosa no?
Posso spiegare che cosa sono i bisogni. Posso parlare di emozioni. Posso portare strumenti di ascolto. Posso parlare di conflitto, di responsabilità, di comunicazione.
Ma come fa quella roba lì a non rimanere su una slide?
Come fa un apprendimento a diventare carne?
Non penso ci sia una risposta sola.
Può diventarlo perché una persona prova.
Perché si riconosce in una situazione. Perché sbaglia.
Perché ascolta qualcuno e si sente toccata. Perché trova un concetto che finalmente dà un nome a qualcosa che vive da tempo.
La congruenza non è raccontare tutto di sé
Il mio primo impulso, dopo quell'errore, sarebbe potuto essere: correggo, faccio una battuta, vado avanti.
E infatti sono andata avanti.
Ma quella vergogna me la sono portata dietro.
Se stiamo parlando di emozioni, bisogni, consapevolezza e responsabilità, che cosa mi sta dicendo quella vergogna? Che cosa c'è lì sotto?
Forse il bisogno di sentirmi competente. Forse il bisogno di essere riconosciuta come una persona preparata. Forse la paura che un errore così stupido tolga valore a tutto il resto.
Non lo so con assoluta certezza.
Ma so che quella vergogna c'era.
E quindi ho deciso di usarla.
Questa per me è una cosa importante: essere congruenti non significa dire tutto quello che proviamo.
Non significa raccontarsi. Non significa togliere i confini. Non significa trasformare una formazione in qualcosa che riguarda il formatore.
Io avrei potuto tranquillamente tenere per me quella vergogna.
Il punto è che mi sono accorta che quell'esperienza che stavo vivendo aveva senso per tutto il gruppo.
Era pertinente. Era utile. Rispondeva alla domanda che mi avevano fatto.
Quindi ho scelto di autorivelarmi: di rendere esplicita, con criterio, quella che stavo vivendo.
Non perché avevo bisogno di parlare di me.
Perché quella cosa lì era al servizio dell'apprendimento.
E allora, quasi verso la fine, l'ho portata in aula.
Ho detto che mi ero vergognata.
E abbiamo guardato proprio lì.
Che cosa succede quando provo vergogna?
Che bisogno c'è sotto?
Di chi è quella vergogna?
Mia.
E quindi che cosa posso farne?
Posso stare lì a pensare che quella persona non doveva farmi notare l'errore.
Oppure posso riconoscere che quella cosa mi ha toccata, provare a capire perché, e assumermi la mia parte.
La prossima volta controllerò meglio anche il titolo.
Una cosa banalissima.
Eppure lì dentro c'era tutto quello di cui avevamo parlato per ore.
Emozione. Bisogno. Consapevolezza. Responsabilità. Scelta.
Quando l'apprendimento esperienziale diventa carne
Avrei potuto mettere una slide sulla vergogna.
Avrei potuto scrivere: "Dietro un'emozione c'è qualcosa che per noi conta."
Avrei potuto spiegare che riconoscere un bisogno non significa giustificare quello che facciamo, ma diventare più responsabili di ciò che ci succede.
Tutto corretto.
Ma a un certo punto quella roba lì non era più una definizione.
Era successa. Era lì.
E forse è proprio questo che continuo a cercare quando faccio formazione: un apprendimento esperienziale che non rimanga separato da quello che le persone stanno vivendo.
Non meno teoria. La teoria serve. Gli strumenti servono. La struttura serve moltissimo.
Ma mi interessa che quello che diciamo incontri qualcosa di vero.
Che una persona possa dire:
"Ah. Questa cosa succede anche a me."
"Ah, quindi quando reagisco così forse c'è qualcosa che sto cercando di proteggere."
"Ah, allora posso provare a vedere di chi è questo problema."
È lì che secondo me l'apprendimento comincia ad avere un altro peso.
Chi conduce non è fuori dalla stanza
Io non penso che il formatore sia uno spettatore neutro.
Ha un ruolo diverso dal gruppo, certo.
Tiene il tempo. La struttura. Gli obiettivi. I confini. Si assume una responsabilità precisa.
Ma è parte del processo.
E se lavoro sulla relazione, non posso pensare che la relazione valga solo per gli altri.
Non posso parlare di ascolto senza ascoltare. Non posso parlare di bisogni trattandoli come definizioni. Non posso parlare di consapevolezza restando completamente fuori da quello che succede.
Quel giorno la congruenza è stata una delle cose che ho potuto usare per rendere visibile quello che stavamo imparando.
Non so se sia sempre la strada.
Anzi, sicuramente no.
Ma quella volta era la cosa giusta da fare.
Perché il mio errore non era diventato interessante in sé.
Era diventato materiale.
Materiale vivo.
E alla fine penso che sia anche questo il mio lavoro: portare strumenti, sì. Ma anche creare abbastanza spazio perché una persona possa incontrare quegli strumenti dentro la propria esperienza.
Perché finché un bisogno è scritto su una slide, è una parola.
Quando riesco a riconoscerlo mentre mi sta succedendo qualcosa, allora forse comincia a diventare carne.


