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Due adulti, un figlio o figlia, e l’illusione di essere uguali

  • Immagine del redattore: Elena Serbin
    Elena Serbin
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 2 min

Conflitto o sorpresa del conflitto?

Due persone si incontrano.

Si piacciono.

Si scelgono.

E, senza dirlo davvero, danno per scontato una cosa:

“Vediamo il mondo allo stesso modo.”

Non è vero.

Non lo è mai. Come puoi pensarlo?

Neppure tu stesso puoi guardare per due volte il mondo nello stesso modo.

Ma finché siete solo in due, la cosa regge.

Perché potete negoziare, evitare, rimandare, evitare di vedere, tralasciare e via cosi.

Potete chiamare “amore” anche una certa dose di comoda cecità.

Poi arriva un figlio, e insieme il bisogno di essere “un bravo genitore”

E improvvisamente il mondo diventa un’altra cosa.

Non è più:

“Che ne pensi della libertà?”

Diventa:

“Lo lasci piangere o lo prendi in braccio?”

Non è più:

“Io sono una persona aperta.”

Diventa:

“Gli dai uno schiaffo o gli spieghi?”

Ed è lì che succede il patatrack.

Scopri che l’altro non è te.

Non è la tua versione con un altro corpo.

È proprio un altro essere umano, con radici diverse, paure diverse, idee ereditate che non sapeva neanche di avere, un figlio amato poco, un fratello trascurato, un nipote preferito ecc.

E tu uguale.

Cosi hai problemi nuovi. Nemmeno il conflitto in sè.

Il problema è lo stupore del conflitto.

“Come è possibile che tu la pensi così?”

Sorpresa!

Certo che è possibile, è una persona. È possibile perché non sei tu.

Fine del mistero. Semplice.

Il bambino non crea le differenze.

Le rivela.

Come una luce accesa in una stanza che credevi ordinata.

E allora iniziano le guerre piccole:

regole, limiti, libertà, scuola, nonni, cibo, schermi, sonno.

Tutte maschere di una domanda più semplice:

“Chi siamo, davvero?”

Se aspetti quel momento per scoprirlo, pagherai il prezzo:

frustrazione, rabbia, senso di tradimento.

Perché credevi di aver già “scelto bene”.

Ma non avevi scelto.

Avevi intuito.

Avevi sperato.

La libertà vera arriva quando accetti che:

- l’altro è diverso

- tu sei diverso da quello che pensavi

- e i “valori condivisi” spesso sono solo parole belle dette in tempi facili

Capirlo prima (sarebbe bello), capirlo e basta comunque non elimina il conflitto.

Lo rende pulito.

Senza sorpresa.

Senza dramma inutile.

Allora puoi fare qualcosa di raro:

stare.

Ascoltare.

Scegliere davvero, ogni volta.

Non per abitudine.

Non per paura.

Non per mantenere un’immagine.

Ma perché hai visto.


E quando vedi, succede una cosa strana:

l’altro smette di essere un errore da correggere.

Diventa un limite da rispettare.

E a volte, perfino, un confine da amare.

Il figlio non ha bisogno di genitori identici.

Ha bisogno di genitori consapevoli.

Due differenze chiare valgono più di una finta unità.

Il resto è solo rumore.

E un po’ di teatro.

Come sempre.

Come ti suona? Ti ritrovi?

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