Non tutto si può dare subito
- Elena Serbin
- 2 giorni fa
- Tempo di lettura: 3 min
Una testimonianza per i genitori che temono di sbagliare
Essere genitori significa anche convivere con una domanda scomoda:“E se sto sbagliando?”
Succede quando tuo figlio ti chiede qualcosa che non puoi – o non riesci – a dargli. Succede quando lo vedi frustrato, arrabbiato, deluso. E succede anche quando, dentro, senti salire una rabbia antica: verso i tuoi genitori, verso ciò che a te è mancato.
Non tutto quello che accade ai nostri figli trova subito un senso.
E non tutto il senso è visibile oggi.
Questa è una storia su questo. Su ciò che non ho avuto, su ciò che ho aspettato, e su come, solo molto dopo, ho capito.

Sin da piccola, da quando la chiesa è diventata il luogo dove stare con i coetanei, io cantavo.
Ricordo ancora i brividi lungo la schiena durante le prove del coro. Quella pelle d’oca che partiva dal basso e saliva fino alle spalle. Le voci intonate, il pianoforte o la chitarra che ci accompagnavano, e dentro di me qualcosa che si accendeva. Cantare faceva sentire la mia voce.
Ma soprattutto cantare insieme mi faceva sentire parte di un gruppo che creava qualcosa di bello, di vivo.
Aspettavo con impazienza il momento in cui il direttore del coro mi avrebbe chiamata a cantare da sola. Davanti agli altri, davanti alla chiesa. Non ero mai davvero sola: dietro di me c’era il coro. È lì che ho incontrato la mia voce. È lì che è nata la mia passione per la musica. Ed è lì che è arrivato il desiderio di una chitarra.
Sognavo di tenerla tra le braccia, di accompagnare la mia voce, di dare forma a qualcosa che aveva bisogno di uscire. All’epoca non sapevo dirlo a parole. Sentivo solo che era importante. Che c’era qualcosa di mio lì dentro.
Quella chitarra mia madre non me l’ha mai comprata. I soldi erano pochi e non era una priorità. E dentro di me si è depositata una ferita silenziosa. Una delusione profonda. La sensazione di non essere vista fino in fondo, di non essere capita nei miei sogni.
Oggi mia madre lo sa. Sa che quella mancanza mi ha fatto soffrire. E sa che il dolore si è fatto più grande quando la chitarra arrivò a mio fratello. Dopo poche lezioni lui smise. La chitarra rimase lì, a prendere polvere.
Io, nel frattempo, diventavo studentessa di giurisprudenza, madre, Counsellor.
E quella parte di me restava in attesa.
Poi, un giorno, ho preso in mano io quella chitarra.
E qualcosa si è ricomposto.
Questa volta non c’era solo il desiderio. C’era il significato. I suoni avevano un sapore nuovo. Pieno. Calmo. Mio.Come se quella chitarra mi avesse aspettata. Come se avesse saputo che non era il momento prima. Che doveva essere adesso.
Ed è qui che oggi capisco.
Sì, forse mia madre avrebbe potuto ascoltarmi di più. Forse avrebbe potuto fare un sacrificio diverso. Ma non è successo.
E proprio grazie a questo oggi suono senza ansia da prestazione. Canto come mi viene. Mi godo ogni nota, anche quando sbaglio. E la gioia che sento ora è qualcosa che, se fosse arrivata prima, forse non avrebbe avuto lo stesso sapore.
Oggi so che se avessi suonato allora, non sarebbe stato così bello come lo è adesso.
E questo è quello che voglio dire a te, mamma. A te, papà. A te che a volte ti senti in colpa. A te che temi di stare sbagliando. E anche a te che porti ancora rabbia verso i tuoi genitori.
Non tutto il senso è disponibile subito. Alcune cose maturano dentro, nel tempo, attraverso la vita.
I nostri figli oggi possono non capire. Possono arrabbiarsi. Possono sentire che manca qualcosa. Ma non è detto che quel “mancare” sia una perdita.
A volte è un’attesa. E quando il senso arriva, arriva con un gusto pieno.Un gusto che io oggi chiamo pace.
Con cuore.



