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Confidenza

  • Immagine del redattore: Elena Serbin
    Elena Serbin
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Imparare a fidarsi

Ci sono testi che tornano. Non perché vadano aggiornati, ma perché oggi li sento ancora più veri.

Questo parla di fiducia, di paura, di bambini e di quella forza silenziosa che continua ad agire in noi, anche quando non ce ne accorgiamo.


Quando faccio il gioco della confidenza, ho sempre un po’ di paura, anzi tanta! Sento di avere paura, perché potrei farmi molto male e so che non appena inizio a cadere la paura non c’è più, perché è solo all’inizio, solo quando decido di cadere. La prima volta è stato davvero pauroso, ma poi ho visto che quando inizio a cadere c’è anche lei, la paura, quando sono caduto del tutto lei sparisce. Ciao ciao paura, ciao divertimento!”

Daniele, 8 anni


Esiste una forza, un potere intrinseco in ciascuno di noi.

In me, in te che leggi, in ogni persona che incontriamo per caso o per scelta.

A me piace chiamarla tendenza al bene.

Altri la chiamano tendenza attualizzante o tendenza formativa.

Prima delle definizioni, però, sento il bisogno di partire da una storia.

Perché le parole, da sole, a volte non bastano. Seguimi.

Era Natale. Io e la mia famiglia eravamo a casa dei nonni di mio figlio. Un grande salotto, il fuoco acceso, i bambini che ridevano, gli adulti che chiacchieravano, le candele sul tavolo, il pasticcio in forno. Tutto come doveva essere.

O quasi.

Mio figlio, che allora aveva quasi otto anni, non voleva mangiare. Chiedeva di guardare la TV (a volume alto). Non giocava con i cugini. Era deluso dai regali. Rispondeva male al nonno.

Io sentivo salire la frustrazione.

Forse ti è capitato anche. Di vedere un comportamento e dargli subito un’etichetta.

Maleducato. Appiccicoso. Genitori poco attenti.

E crescendo facciamo lo stesso con gli adulti: scorbutico, cattivo, difficile.

Come se ogni comportamento ci portasse automaticamente a una conclusione sulla persona.

La sera stessa, tornati a casa, è arrivata la febbre Alta. Otite. 39.

In quel momento qualcosa si è spostato dentro di me.

Ho capito che quei comportamenti, per quanto faticosi da sostenere, erano il massimo che mio figlio riusciva a offrire in quel momento, con le risorse che aveva.

Un altro comportamento lo avrebbe messo ancora più in difficoltà.

Il suo corpo stava parlando molto prima che io lo capissi.

Questa forza agisce anche in noi adulti. Ripensa a una volta in cui ti sei adattato, anche se non ti sentivi davvero in sintonia.Quella era la tua tendenza attualizzante.

È come una pianta che ama il sole ma viene messa in una stanza poco luminosa. Continuerà a crescere, ma con fatica. E solo quando inizia ad appassire ci accorgiamo che forse va spostata.

Per me, la tendenza attualizzante è questo: il modo in cui una persona, con mente e anima, cerca di stare al mondo usando ciò che ha a disposizione.

Carl Rogers la descrive come “la tendenza dell’uomo ad attualizzare se stesso, a realizzare le sue potenzialità”.

Mio figlio, quel Natale, stava facendo esattamente questo.

Che ne pensi?

È come guardare le persone attraverso lenti diverse. La prossima volta che qualcuno ti ferisce o ti fa arrabbiare, prova a pensarlo così: sta facendo del suo meglio.

Quando ho incontrato questa visione della persona mi sono sentita come Cristoforo Colombo quando pensava di aver scoperto l’America. Immagino la meraviglia, la fiducia, la stima di sé che deve aver provato.

E la confidenza, allora, che c’entra?

La confidenza è un gioco che faccio con mio figlio. Ci sistemiamo sul letto o sul divano. Io sono seduta dietro di lui, lui è in piedi davanti a me. A un certo punto si lascia andare all’indietro. Cade.O meglio: si affida.

Un attimo prima che il corpo tocchi il letto, lo afferro e accompagno la caduta con le mani.

Il gioco può evolvere, diventare più difficile, richiedere sempre più fiducia.

Ecco, per me è questo il punto.

La paura c’è. È sana. È naturale. Ma possiamo avere fiducia: nella tendenza al bene, nel nostro potere di autorealizzazione e in quello dell’altro.

Confidenza è un invito a fidarsi.

Possiamo fidarci dei nostri figli? Della loro capacità di trovare la propria strada? Possiamo accompagnarli senza sostituirci a loro?

Io credo di sì.

Come quella pianta, anche tu tenderai sempre verso una maggiore realizzazione delle tue potenzialità, nonostante le difficoltà. Guardati indietro. Vedi quanta strada hai fatto.

E se sei un genitore, uno zio, una nonna, una figura di riferimento: racconta di te. Delle tue cadute, dei tuoi errori, dei tuoi tentativi.

Non c’è nulla di più attualizzante di una storia vera. È come offrire a un bambino le lenti del tuo colore preferito: un planare un po’ timoroso, un po’ attento, ma profondamente fiducioso.


Elena


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