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Le barriere alla comunicazione le uso anche io

Immagine del redattore: Elena Serbin
Elena Serbin
7 ott
Tempo di lettura: 4 min

"Nessuno vuole stare con me." "Ma non è vero, hai un sacco di amici."

"Ho paura." "Non devi avere paura."

"Sono stanca." "Vai a dormire prima."

"Non so cosa fare." "Io al posto tuo farei…"

Le hai già sentite? Le hai già dette?

Prima di andare avanti ti chiedo una cosa.

Cosa è successo dentro di te mentre leggevi? Forse hai sorriso, perché sono frasi di tutti i giorni. Forse hai pensato a qualcuno che te le dice sempre. Forse ti sei riconosciuta dall'altra parte, in quella che risponde. Forse ti ha dato fastidio. Forse niente di particolare. Non c'è una risposta giusta.


Qualche giorno fa ho pubblicato un reel su instagram con queste frasi.

Sotto ho letto alcuni commenti di genitori che dicevano, più o meno: "Eh, ma i genitori comunque sbagliano. Anch'io come mamma sbaglio, e la nostra intenzione è buona." Tra me e me ho pensato: certo che sì. Riconosco questo sentimento. È legittimo.

Ed è proprio lì, in quella sensazione, che può nascere il cambiamento. 

Ho tanta stima per questi genitori.

Ho deciso di scrivere per dare più spazio a questo pensiero.


Thomas Gordon queste risposte le chiama barriere alla comunicazione.

Rassicurare, consigliare, minimizzare, spiegare, dare subito la soluzione.

Non sono frasi cattive. Sono frasi che hanno un effetto sull'altro però e spesso nascono dall'affetto: vogliamo che l'altro stia meglio, e in fretta.

Diventano barriere soprattutto quando l'altro ha un problema.

Quando sta vivendo qualcosa di difficile e ha bisogno, prima di tutto, di essere ascoltato.

Lì, invece di aprire, chiudono.

Quando nessuno dei due ha un problema pesano meno: un consiglio può essere solo un consiglio. Ma attenzione, perché alcune fanno male anche quando va tutto bene.

Un giudizio, un'etichetta, una presa in giro restano addosso anche in una giornata tranquilla.

Le uso anche io. Me ne accorgo, e fa male, corbezzoli! Predicare bene e razzolare male fa male. Però cerco di non giudicarmi per questo.

Ora prova a metterti dall'altra parte. Ricordi l'ultima volta che hai detto "sono stanca" e qualcuno ti ha risposto "vai a dormire prima"? Cosa è successo dentro di te?

Forse ti sei bloccata. Forse ti sei arrabbiata. Forse ti sei sentita un po' stupida, come se avessi detto una cosa ovvia. Forse hai smesso di parlare.

Adesso arriva la parte che mi preoccupa.

È facile prendere tutto questo e farne un'altra lista: le frasi da non dire.

Un'altra prova che non stai facendo abbastanza.

Ma io non voglio darti un elenco di errori. E so anche che non posso decidere io cosa ne faresti con l'eventuale elenco.

Se ti stai già giudicando, non te lo tolgo scrivendo "non giudicarti".

Può fare male accorgersi di aver usato queste frasi tante volte. Con un figlio, con il partner, con un'amica. Può arrivare colpa. Vergogna. Dispiacere. Un pensiero tipo: "e adesso? quante volte?".

Io non voglio correre a toglierti questa sensazione.

Mentre scrivevo mi sono accorta di una cosa. Se adesso ti dicessi "non sentirti in colpa", farei esattamente quello che fa chi risponde "non devi avere paura". Rassicurerei troppo presto. Ti direi cosa sentire.

Non voglio dirti che non devi sentirti in colpa. Se quella colpa c'è, possiamo guardarla.

Il dolore non deve diventare punizione. Può diventare materiale.

Non dico che il dolore fa crescere sempre. A volte fa solo male.

Dico che a volte, se una cosa che fa male può essere guardata senza che qualcuno ti punti il dito, inizi a vedere. Cosa succede in te quando tuo figlio dice "ho paura". Cosa ti spinge a rispondere subito. Forse la sua paura spaventa anche te. Forse non sopporti di vederlo triste. Forse sei stanca e non hai spazio. Forse è altro. Questo non lo vedi mentre ti difendi. Lo vedi quando non devi più difenderti.

E la colpa, se non diventa punizione, può portarti da qualche parte.

La colpa può essere un passaggio verso la responsabilità: da "ho sbagliato" a "cosa ne faccio adesso?". Più vedo, più posso scegliere.


Questo cambiamento non arriva da fuori.

Qualcuno può dirmi "qui devi cambiare" e posso imparare una frase nuova.

Ma quando sono stanca, arrabbiata, spaventata, torna la vecchia forma di me.

Allora piu che dirti un altro "devi" mi sento di dirti che il cambiamento, quello che resta nasce da un'esperienza. Da un momento in cui, io persona mi sono vista.

Per questo, per me, non giudicare non vuol dire dire "va tutto bene". Non approvo tutto e non voglio nemmeno.

Non faccio finta che quella frase non abbia fatto male a nessuno.

Vuol dire restare accanto a una persona mentre guarda qualcosa di sé che non le piace. Senza spingerla, senza tirarla fuori subito, senza dirle dove deve arrivare.

E c'è un motivo per cui tutto questo mi sta a cuore. Quando le risposte arrivano troppo presto, una volta, poi un'altra, poi un'altra ancora, piano piano smettiamo di raccontarci. Smettiamo di fidarci. Le relazioni restano in piedi, ma perdono qualità. Si parla, ma non ci si dice.

Non voglio dirti dove devi cambiare. Voglio creare abbastanza spazio perché tu possa vedere cosa succede e decidere cosa farne.

Se ti va di guardare queste cose insieme, in uno spazio che non giudica, puoi farlo in un percorso di Counselling. Qui trovi come lavoro con i genitori: Spazio genitori.

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