“Non lo so” è una risposta vera
- Elena Serbin
- 30 giu
- Tempo di lettura: 2 min
Arrivi a casa distrutto.
Testa piena, corpo scarico, voglia di zero parole.
Qualcuno ti chiede: “Come stai?”
E tu: “Bene.”
Ma non è vero.
Non è una bugia cattiva. È una scorciatoia.
Perché spiegare davvero come stai richiede energia. E tu, quell’energia, in quel momento non ce l’hai.
Poi succede una cosa strana:
passano dieci minuti, mezz’ora, magari un’ora… e capisci.
Capisci che eri triste.
O arrabbiato.
O confuso.
O semplicemente troppo stanco per sentire qualsiasi cosa.
E lì arriva il pensiero:
“Cavolo, avrei dovuto dirlo prima.”
Ma ormai il momento è passato.
L’altra persona non c’è più.
E tu resti con quella sensazione di occasione mancata.
Benvenuto nella realtà.
Non c’è niente di rotto in te.
Funziona proprio così.
La verità è questa:
non sempre sappiamo come stiamo quando ce lo chiedono.
E allora ti dico una cosa semplice, ma potente:
non devi indovinare la risposta giusta al primo colpo.
Puoi dire:
- “Non lo so.”
- “Sono troppo stanco per capirlo adesso.”
- “Te lo dico dopo.”
Sembra poco. Non lo è.
Perché è vero.

E la verità, anche quando è incompleta, è meglio di una risposta automatica.
E c’è di più:
puoi tornarci.
Puoi uscire dalla tua stanza e dire:
“Prima ti ho detto che stavo bene, ma non era vero.”
Sì, è scomodo.
Sì, ti senti vulnerabile.
Ma è lì che succede qualcosa di reale.
Non devi essere sempre chiaro.
Non devi essere sempre coerente.
Non devi essere sempre pronto.
Puoi essere in ritardo.
Puoi essere confuso.
Puoi cambiare versione.
Questa non è debolezza.
È essere umano.
E forse la cosa più difficile — e più importante — che puoi imparare è questa:
stare dentro il “non lo so” senza scappare.
Non riempirlo subito.
Non sistemarlo per forza.
Non renderlo presentabile.
Stacci.
Perché è da lì che, piano piano, arriva qualcosa di più vero.



